
Teatri e musei
Teatro Condominale La Fortuna
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INDIRIZZOVia Guglielmo Marconi 7
Informazioni
Il Teatro Condominale La Fortuna di Monte San Vito è lo storico teatro del paese. Realizzato fra il 1757 e il 1758, ha una platea ellissoidale, sormontata da due ordini di palchi, per un totale di 150 posti circa a sedere.
L’edificio era in precedenza un mulino da olio che fu venduto ad un sodalizio di 18 notabili monsanvitesi, i quali destinarono il locale a teatro “condominiale”, in quanto di proprietà di privati cittadini.
Il primo restauro fu effettuato nel 1928. Il Teatro è un Luogo del FAI.
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Teatro Condominale La Fortuna
Altre informazioni
Perché un paese come Monte San Vito, di poche migliaia di anime, ha un teatro? Perché nelle Marche è così: circa un terzo dei 246 comuni marchigiani ha un teatro storico, circa la metà ha un teatro risalente agli anni Cinquanta. E Monte San Vito è un tipico esempio delle Marche, con un teatro nel nucleo storico ma con un’eccezione sulle origini. Se questa cittadina ha un teatro lo deve sicuramente al suo migliore prodotto della terra: l’olio.
Leggete perché.
La storia del teatro di Monte San Vito nasce del lontano 1757 nello studio di un notaio, Filippo Tarlati Vitali. Quando diciotto persone “dabbene” monsanvitesi decidono di associarsi per fondare un teatro. Il rogito dell’atto di fondazione esiste ancora nell’ Archivio Storico Comunale.
I diciotto notabili hanno già trovato i locali: si tratta del molino da olio del signor Giovan Battista Bracchi, centrale come posizione nel nucleo urbano “perfettamente idoneo allo scopo”.
Quale illuminata disponibilità, alla metà del Settecento, aveva spinto un mugnaio a cedere gratuitamente e in perpetuo un locale di sua proprietà? Il Bracchi aveva capito quanto vale il piacere personale che si trae da uno spettacolo teatrale, oppure vi era un tornaconto?
Fatto sta che il donatore manteneva l’usufrutto dei locali, per sé e i suoi eredi, riservandosi la facoltà di depositarvi i suoi oggetti quando non vi erano rappresentazioni, inoltre – e qui si propende più per la prima ipotesi – il Bracchi si riservava un palco fisso (a destra del palco di mezzo del primo ordine).
Le spese di ristrutturazione e di adattamento alla nuova destinazione d’uso furono sostenute dai diciotto condomini, il Bracchi ne era esonerato come donatore dei locali. Il vecchio molino, tolti i frantoi, si presentava come uno stanzone di 18 metri di lunghezza, a pianta rettangolare, ribassato rispetto al piano stradale dove si trovava l’ingresso in via Marconi.
Il teatro era ultimato l’anno seguente, anche perché all’inizio si era deciso di non costruire i palchi lasciando libera la “platea” coi sedili assegnati, lasciando l’uso della sala anche a conferenze pubbliche. Sul boccascena fu sistemata un’iscrizione “nec licet abolere vetustas” che suona pressappoco “non è lecito cancellare l’antichità”.
La costruzione dei palchetti avvenne in epoca successiva, probabilmente quando il ricavato delle prime rappresentazioni consentì di disporre di utili da investire nei miglioramenti della struttura. Furono creati due ordini sovrapposti di undici palchi ognuno che venivano assegnati ogni anno nel giorno di San Tommaso, il 2 dicembre, data anche dell’Assemblea dei Condomini, i quali approvavano il bilancio e nominavano i deputati e il segretario.
Dopo questo exploit nella vita culturale del paese, la storia del teatro, per effettiva inattività o per mancanza di documentazione, sembra fermarsi, fino a circa il 1920, quando un documento contabile del segretario condomino G. Battista Simonelli, dimostra l’esistenza di un’attività teatrale, più che altro per feste e per le prime proiezioni cinematografiche. In questo periodo la vita teatrale si caratterizza anche per la presenza di una filodrammatica locale, il cui nome è tutto un programma “Stenta ma nun more”!
Certamente alla mancanza di memoria storica dall’ Ottocento agli anni Venti, dovette corrispondere anche un’assenza di manutenzione dei locali, se molti cittadini nel 1925, preoccupati dello stato di fatiscenza dell’edificio sollecitarono l’ingegner Troiani a prendere l’iniziativa e a presentare un progetto per il restauro e la ristrutturazione del teatro.
L’ingegnere inviò i designi al presidente del Condominio proponendo due soluzioni progettuali delle quali “una più semplice, meno costosa e forse con maggior effetto estetico”. Due soluzioni anche nell’impianto che prevedeva l’abbattimento dell’attuale teatro, 22 palchi divisi in due ordini o 16 palchi in due ordini e l’anfiteatro.
La platea di dimensioni 11.50 m. di larghezza e 9,75 di lunghezza lasciava spazio alle danze, la spesa prevista per tali lavori era circa di 53mila lire e fu il motivo di una lunga trattativa con il Condominio per convincerlo ad adottare la proposta numero uno, più conveniente, e poi il Comune per avere un contributo.
In un primo momento vi fu diniego totale, questo non scoraggiò gli appassionati monsanvitesi che sostenevano con foga le ragioni dell’urgenza dei lavori di ristrutturazione per motivi di incolumità pubblica, pur tentando di ridurre al massimo le spese. Tutto ciò fino al 1927 quando il Podestà si convinse a partecipare alla spesa con un contributo comunale di 20 mila lire.
Ma l’amor proprio dei monsanvitesi questa volta si tradì per veri motivi economici. Il progetto più affidabile, anche se non eccessivamente oneroso, dell’ingegner Troiani venne scartato per accettare invece, quello più economico di un capomastro locale, certo Tarcisio Guadagnini. La pianta era nella classica forma “a campana” allungata ma tracciamenti difformi e un’errata disposizione dei palchetti pregiudicarono sia l’estetica che la funzionalità, tanto che gli spettatori dovevano sporgersi dai parapetti per vedere il palcoscenico. I lavori terminarono presto: stucchi bianchi e rosa antico stile “fin de siecle” erano di buon gusto, anche se appariva quantomeno azzardato in un teatro e niente aveva a che vedere con le origini storiche del locale (mulino da olio) l’effigie di Bacco posta nell’ intradosso di proscenio. Il teatro condominiale “La Fortuna”, con quattro palchi in più, 26 invece che i 22 originali, si presentava comunque come una miniatura, quasi un’imitazione dei migliori teatri italiani.
C’era tutto ciò che caratterizza e necessita in un teatro: foyer, atrio, camerino, palco, retropalco, arcoscenico.
Nel prospetto stradale le forme furono maggiormente semplificate, con un arco ribassato sul quale è rappresentato lo stemma cittadino e vi è la scritta Teatro Condominiale. Da allora, fino al 1966, anno di chiusura per lavori di restauro, comunque la tradizione culturale si era mantenuta viva e vitale.
Memorabile l’evento del concerto di Beniamino Gigli all’ Arena, nel 1929 che non poté essere ospitato nel teatro, troppo poco capiente per l’enorme numero di persone, giunte anche da fuori regione, che attirò la manifestazione.
Anna D’Ettorre, estratto dal volume “Teatro La Fortuna di Monte San Vito” della Collana dei Teatri Storici delle Marche
Il restauro
Il restauro di un bene architettonico, quale è un teatro, comporta una lunga serie di interventi che sappiano coniugare nel rispetto dell’originalità dell’impianto strutturale ed artistico, la sicurezza e la funzionalità che le norme ed il buon senso progettuale impongono. Questo è stato, costantemente, l’obiettivo ricercato, anche attraverso confronti ed esami con gli organi preposti al controllo e con lo studio, nella ricerca di un risultato finale che fosse il più appagante possibile, stante la situazione su cui si è operato. Il primo aspetto preso in considerazione è stato, ovviamente, quello di affrontare i problemi relativi alla statica, che dovendo rispondere a precisi criteri di portanza, ha imposto un percorso arduo e, come facilmente comprensibile, di non indifferente responsabilità. Partendo da prove di carico preliminari fatte ancor prima dell’inizio dei lavori, addirittura in fase progettuale, si sono ampliate le finalità conoscitive con ulteriori prove su elementi strutturali diversi da quelli iniziali e, attraverso una mirata indagine con condizioni di studio sulle caratteristiche morfologiche dell’impianto strutturale esistente, si sono dedotti i dati sperimentali che interessavano per l’indagine teorica necessaria alla corretta valutazione della capacità portante delle parti strutturali più significative. Successivamente, i dati così raccolti, sono stati introdotti in un apposito modello matematico gestito dal computer, che ha permesso di simulare, virtualmente, varie combinazioni di carico costituite dalla massa delle persone, che, nelle condizioni più critiche, corrisponde a quelle di esodo in condizioni di emergenza. Da tali simulazioni, poi, si è risaliti attraverso l’inviluppo delle stesse, alla condizione più gravosa di carico e alla conseguente rispondenza delle strutture in essere, le quali, essendo sollecitate in così consistente misura hanno dovuto essere rinforzate mediante non invasive ricorrendo, pertanto, all’uso di fibre di carbonio incollate all’intradosso delle solette di calpestio dei palchetti, successivamente protette dall’azione del fuoco da schermi in gesso appositamente studiati in collaborazione con il prof. Setti del Politecnico di Milano. Con il conforto di questo primo incoraggiante risultato, si sono, successivamente, affrontati i problemi relativi all’eliminazione dell’errore di tracciamento delle pareti divisorie che erano state poste a partitura dei palchetti, al momento della ristrutturazione eseguita, come ricorda anche la lapide posta nell’ingresso del Teatro, nel 1982, e che aveva privato il teatro stesso di buona parte della visibilità da parte degli spettatori. Tali divisori, infatti, anziché essere disposti radialmente rispetto al palcoscenico, erano stati posti ortogonalmente alle balaustrine di affaccio dei palchetti, determinandone un grave disagio da parte degli spettatori che si trovano a ridosso della parete verso il palcoscenico stesso. Per ovviare a questo errore, non essendo più reperibili i disegni originari, in accordo con la Soprintendenza ai beni Architettonici e Ambientali delle Marche, si sono condotte ricerche e studi su modelli aventi caratteristiche di tracciamento della sala similari, attingendo dall’opera enciclopedica dei Diderot e D’Alembert i quali hanno catalogato e riordinato forme poste in atto su teatri analoghi e che hanno esperito risultati apprezzabili. Estrapolando i dati così rintracciati, e riferendoli al nostro caso, si è ottenuta la configurazione attuale che svolge, con buon effetto, la funzione partitrice cercata e che pone lo spettatore in condizioni di visibilità di fruibilità nettamente migliori rispetto a quelle precedenti. Il risultato finale, poi, sottoposto a specifici studi acustici, condotti in collaborazione con la FIAT Engineering, ha ulteriormente confortato la scelta operata e, sempre da un punto di vista fonico, ulteriori affinamenti sono stati conseguiti con elementi che esprimono una valenza anche di carattere estetico e funzionale; ci si riferisce in particolare all’uso della mantovane dei palchetti ed alle lastre in fibra di gesso che svolgono anche una funzione di protezione delle strutture all’incendio. Superati questi primi basilari problemi, gli interventi successivi si sono concentrati sul settore dell’impiantistica e della sicurezza attiva e passiva, mediante il rifacimento degli impianti elettrico e termico, dell’impianto delle luci di scena e di quello relativo alla segnalazione incendi, collegato via telefono al punto di soccorso VV.FF. più vicino; completano la sicurezza, gli impianti di spegnimento incendi di tipo manuale e le segnalazioni di soccorso per l’indicazione dei percorsi di esodo controllati. E finalmente la parte più piacevole ed accattivante di tutto il lavoro: il restauro architettonico ed artistico. Partendo dai rifacimenti dei pavimenti, in legno ignifugato, si sono ricostruiti, sempre in legno, sia palcoscenico che la pedana per le poltrone, deteriorati oltremodo, nell’assoluto rispetto di quelli originali al fine di lasciare intatto il loro prezioso contributo acustico; si sono riprese alcune parti di intonaco attraverso l’uso di tecniche tradizionali e successivamente si sono tinteggiante le pareti con tinte a calce per poter riprodurre con fedeltà l’ambiente originario. Le luci sono state rifatte secondo le norme vigenti, riproducendo nel modo migliore possibile quelle originali, mentre, per quanto riguarda il restauro degli stucchi e degli spolveri della sala, in sintonia con la Soprintendenza, sono stati usati ossidi e gessi del tutto simili a quelli usati in origine; tendaggi ed arredi, infine, sono stati scelti con la cura necessaria a creare il giusto grado di tonalità sulla gamma dei velluti omologati dal Ministero e che possono essere impiegati in questo tipo di ambienti. È stato un vero piacere, che ha addirittura scavalcato l’onere della fatica professionale, seppur consistente, quello che ha animato quest’ultima fase di lavoro, la quale ha visto, anche attraverso l’uso dei colori e dei toni cui si faceva riferimento poc’anzi, crearsi quell’armonia finale degna di questo piccolo ma significativo pezzo di storia e di architettura di Monte San Vito.
Massimo Belcecchi, estratto dal volume “Teatro La Fortuna di Monte San Vito” della Collana dei Teatri Storici delle Marche
Anna D’Ettorre, estratto dal volume “Teatro La Fortuna di Monte San Vito” della Collana dei Teatri Storici delle Marche
Il restauro
Il restauro di un bene architettonico, quale è un teatro, comporta una lunga serie di interventi che sappiano coniugare nel rispetto dell’originalità dell’impianto strutturale ed artistico, la sicurezza e la funzionalità che le norme ed il buon senso progettuale impongono. Questo è stato, costantemente, l’obiettivo ricercato, anche attraverso confronti ed esami con gli organi preposti al controllo e con lo studio, nella ricerca di un risultato finale che fosse il più appagante possibile, stante la situazione su cui si è operato. Il primo aspetto preso in considerazione è stato, ovviamente, quello di affrontare i problemi relativi alla statica, che dovendo rispondere a precisi criteri di portanza, ha imposto un percorso arduo e, come facilmente comprensibile, di non indifferente responsabilità. Partendo da prove di carico preliminari fatte ancor prima dell’inizio dei lavori, addirittura in fase progettuale, si sono ampliate le finalità conoscitive con ulteriori prove su elementi strutturali diversi da quelli iniziali e, attraverso una mirata indagine con condizioni di studio sulle caratteristiche morfologiche dell’impianto strutturale esistente, si sono dedotti i dati sperimentali che interessavano per l’indagine teorica necessaria alla corretta valutazione della capacità portante delle parti strutturali più significative. Successivamente, i dati così raccolti, sono stati introdotti in un apposito modello matematico gestito dal computer, che ha permesso di simulare, virtualmente, varie combinazioni di carico costituite dalla massa delle persone, che, nelle condizioni più critiche, corrisponde a quelle di esodo in condizioni di emergenza. Da tali simulazioni, poi, si è risaliti attraverso l’inviluppo delle stesse, alla condizione più gravosa di carico e alla conseguente rispondenza delle strutture in essere, le quali, essendo sollecitate in così consistente misura hanno dovuto essere rinforzate mediante non invasive ricorrendo, pertanto, all’uso di fibre di carbonio incollate all’intradosso delle solette di calpestio dei palchetti, successivamente protette dall’azione del fuoco da schermi in gesso appositamente studiati in collaborazione con il prof. Setti del Politecnico di Milano. Con il conforto di questo primo incoraggiante risultato, si sono, successivamente, affrontati i problemi relativi all’eliminazione dell’errore di tracciamento delle pareti divisorie che erano state poste a partitura dei palchetti, al momento della ristrutturazione eseguita, come ricorda anche la lapide posta nell’ingresso del Teatro, nel 1982, e che aveva privato il teatro stesso di buona parte della visibilità da parte degli spettatori. Tali divisori, infatti, anziché essere disposti radialmente rispetto al palcoscenico, erano stati posti ortogonalmente alle balaustrine di affaccio dei palchetti, determinandone un grave disagio da parte degli spettatori che si trovano a ridosso della parete verso il palcoscenico stesso. Per ovviare a questo errore, non essendo più reperibili i disegni originari, in accordo con la Soprintendenza ai beni Architettonici e Ambientali delle Marche, si sono condotte ricerche e studi su modelli aventi caratteristiche di tracciamento della sala similari, attingendo dall’opera enciclopedica dei Diderot e D’Alembert i quali hanno catalogato e riordinato forme poste in atto su teatri analoghi e che hanno esperito risultati apprezzabili. Estrapolando i dati così rintracciati, e riferendoli al nostro caso, si è ottenuta la configurazione attuale che svolge, con buon effetto, la funzione partitrice cercata e che pone lo spettatore in condizioni di visibilità di fruibilità nettamente migliori rispetto a quelle precedenti. Il risultato finale, poi, sottoposto a specifici studi acustici, condotti in collaborazione con la FIAT Engineering, ha ulteriormente confortato la scelta operata e, sempre da un punto di vista fonico, ulteriori affinamenti sono stati conseguiti con elementi che esprimono una valenza anche di carattere estetico e funzionale; ci si riferisce in particolare all’uso della mantovane dei palchetti ed alle lastre in fibra di gesso che svolgono anche una funzione di protezione delle strutture all’incendio. Superati questi primi basilari problemi, gli interventi successivi si sono concentrati sul settore dell’impiantistica e della sicurezza attiva e passiva, mediante il rifacimento degli impianti elettrico e termico, dell’impianto delle luci di scena e di quello relativo alla segnalazione incendi, collegato via telefono al punto di soccorso VV.FF. più vicino; completano la sicurezza, gli impianti di spegnimento incendi di tipo manuale e le segnalazioni di soccorso per l’indicazione dei percorsi di esodo controllati. E finalmente la parte più piacevole ed accattivante di tutto il lavoro: il restauro architettonico ed artistico. Partendo dai rifacimenti dei pavimenti, in legno ignifugato, si sono ricostruiti, sempre in legno, sia palcoscenico che la pedana per le poltrone, deteriorati oltremodo, nell’assoluto rispetto di quelli originali al fine di lasciare intatto il loro prezioso contributo acustico; si sono riprese alcune parti di intonaco attraverso l’uso di tecniche tradizionali e successivamente si sono tinteggiante le pareti con tinte a calce per poter riprodurre con fedeltà l’ambiente originario. Le luci sono state rifatte secondo le norme vigenti, riproducendo nel modo migliore possibile quelle originali, mentre, per quanto riguarda il restauro degli stucchi e degli spolveri della sala, in sintonia con la Soprintendenza, sono stati usati ossidi e gessi del tutto simili a quelli usati in origine; tendaggi ed arredi, infine, sono stati scelti con la cura necessaria a creare il giusto grado di tonalità sulla gamma dei velluti omologati dal Ministero e che possono essere impiegati in questo tipo di ambienti. È stato un vero piacere, che ha addirittura scavalcato l’onere della fatica professionale, seppur consistente, quello che ha animato quest’ultima fase di lavoro, la quale ha visto, anche attraverso l’uso dei colori e dei toni cui si faceva riferimento poc’anzi, crearsi quell’armonia finale degna di questo piccolo ma significativo pezzo di storia e di architettura di Monte San Vito.
Massimo Belcecchi, estratto dal volume “Teatro La Fortuna di Monte San Vito” della Collana dei Teatri Storici delle Marche














